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Infatti, una volta sagomato il blocco
di legno nelle forme volute, questo veniva scomposto nelle sue parti
le quali diventavano totalmente elementi geometrici dai quali
sarebbero state tratte le linee d’acqua rappresentanti ciò
che sarebbe diventata l’imbarcazione nel suo insieme con la
dimostrazione al vero della disposizione dei volumi e dei rapporti
tra le varie parti dello scafo e dal cui piano di costruzione veniva
successivamente tratta la tabella di tutte le quote
necessarie ad impostarne successivamente l’ossatura.
Mezzi scafi di questo secolo e dei
precedenti si possono ammirare nei vari musei navali, collezioni
private e dei cantieri nautici sia italiani che stranieri (half-block
models), i quali, fino a non molti decenni fa, utilizzavano
tale metodologia progettuale.
Ma intanto gli sviluppi della scienza
e della tecnica avanzavano a ritmi vertiginosi, la scienza
dell’idrodinamica faceva passi da gigante e si affacciava
all’orizzonte il computer il quale, con appositi algoritmi di
calcolo e programmi, consente al progettista navale di acquisire
enormi messe di dati utili per ottimizzare le proprie opere e per
renderle sempre più performanti e rispondenti ai requisiti
richiesti, restituendo anche gli interi elaborati grafici.
Siamo ai giorni nostri.
Il mezzo scafo non viene ormai più
usato per progettare le imbarcazioni.
L’immagine del maestro d’ascia che
plasma il blocco ligneo nelle forme volute è ormai relegata in un
cantuccio, quello dei ricordi.
Ma il mezzo scafo non è caduto nel
dimenticatoio, anzi; per gli amanti del mare e della nautica esso
ancor oggi costituisce un legame tra l’attuale modo di vivere il
mare e di amare le barche e la tradizione dei “mastri” dalle
cui mani, abilità e tecnica nascevano belle e bellissime creature
che consentivano a tanta gente di mare di effettuare i traffici
marittimi, di praticare la pesca e, perché no, andare per mare per
diletto.
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